Storia

Sino all’Unità d’Italia, nel territorio calabrese, comprendente i comuni di Bivongi, Pazzano, Stilo, Fabrizia e Mongiana, era operante uno dei più importanti centri siderurgici dell’intera nazione, con attive: 3 fabbriche d’armi, 29 ferriere e 2 fonderie. Nei forni di quest’ultime, veniva trattata la limonite (minerale da cui si ricava il ferro, estratta dalle locali miniere, circa 35 ubicate nei monti circostanti, che costituivano il più grande bacino minerario del mezzogiorno d’Italia.

Fondata nella seconda metà del XVIII secolo, la Ferriera di Mongiana è l’ultima testimonianza di un’attività fusiva che in Calabria risale al tempo degli insediamenti commerciali fenici. Le antiche popolazioni sfruttavano sul posto le risorse del sottosuolo, fondevano il rame, il ferro, il piombo e l’argento. Le miniere di Pazzano, fornitrici della materia prima usata dalla Ferriera di Mongiana, erano già sfruttate in epoche antecedenti la conquista normanna e, a partire dal secolo XVIII divennero il fulcro intorno a cui si sviluppò l’industria siderurgica delle Due Sicilie.

Mongiana è una gemmazione di precedenti piccole ferriere, genericamente dette ferriere vecchie del bosco del demanio di Stilo, da cui si distacca originato dai metodi di fusione in uso. L’enorme consumo di carbone vegetale, unico combustibile usato nei processi di fusione, rendeva le ferriere industrie nomadi all’inseguimento di nuovi boschi da carbonizzare.

Nel 1771, distrutto il bosco di Stilo, i forni giungono in località Cima, detta poi Mongiana dal nome di un ruscello che scorreva sulla piana Stagliata – Micone, luogo questo, apparentemente ricco di acque, sicuramente folto di selve e non troppo distante dai giacimenti. Intorno al primo nucleo di forni si svilupperà il paese e, con l’introduzione delle prime leggi di tutela forestale, la ferriera perderà il carattere itinerante e assumerà quello di industria stabile.

La creazione di una fonderia stabile e moderna richiedeva ingenti risorse finanziarie. Ma Ferdinando IV di Borbone decise, comunque, di avviare la realizzazione di un complesso siderurgico che sicuramente avrebbe dato impulso all’economia calabrese ed a quella dell’intero regno di Napoli.

 Nel 1768, Giovanni Francesco Conty, già direttore delle ferriere di Assi e di Stilo, proponeva al governo di creare una nuova ferriera più a monte di quella di Stilo, che accettò.

Un’apposita commissione, coordinata dallo stesso Conty, venne incaricata di localizzare la nuova area, identificata a cavallo tra i due mari (Jonio e Tirreno) ed alla confluenza di due fiumi (Allaro e Ninfo) le cui acque potevano garantire la forza motrice. I boschi, composti prevalentemente da faggi e abeti, avrebbero assicurato la legna necessaria per la fornitura del carbone occorrente per la messa in funzione dei forni per la fusione del materiale ferroso. La scelta del Conty per l’area di Mongiana, venne dettata sia dalla presenza dei boschi e sia dalla presenza di acqua necessaria per creare la forza motrice occorrente sia infine per la presenza di miniere nelle aree circostanti che contenevano il banco ferrifero necessario per la produzione della ghisa. Fu così, quindi, che il governo borbonico decise di comprare dal principe di Roccella, feudatario di Fabrizia, una vasta estensione di terreno detta Stagliata – Micone. In quell’area, sorse l’8 marzo del 1771, il primo nucleo di abitanti che avrebbe costituito in seguito (1852) il Comune di Mongiana, quale residenza per operai, artigiani e guarnigioni militari da impegnati nell’attività produttiva delle “Regie Ferriere e Fabbrica d’Armi”.

La Costruzione della fonderia di Mongiana venne iniziata lo stesso anno, sotto la direzione di Massimiliano Conty, figlio di Giovanni Francesco, che, succeduto al padre, ne divenne amministratore nel 1791. Ci vollero circa 10 anni perché la fonderia venisse completata: la sua costruzione aveva richiesto tempo, in quanto l’arch. Gioffredo, responsabile della realizzazione dell’impianto, dovette progettare tutte le opere idrauliche e livellare il corso dei due fiumi per poter creare le cadute d’acqua necessarie al funzionamento dei meccanismi che alimentavano i processi di fusione. La produzione vera e propria cominciò nel 1781.  Per assicurare la prima manodopera necessaria, si accordarono franchigie dall’autorità baronale e diritti di asilo per cui anche i disertori ed altri fuorilegge furono attratti dall’iniziativa, costituendo la prima popolazione di quel luogo. Fu concessa l’esenzione del servizio militare e furono assegnati a tutti gli operai esentati dal servizio di leva, degli appezzamenti di terreno e 40 ducati per costruire una baracca dove abitare. Siccome, però, la disposizione topografica dei luoghi impediva che si potesse costruire un solo fabbricato in cui riunire le varie officine, gli edifici vennero costruiti in punti diversi, unitamente agli alloggi degli impiegati. Si realizzò anche una piccola Chiesa per uso del personale che lavorava nello stabilimento.

Le nuove ferriere di località “Cima”, rappresentavano l’embrione del grande complesso siderurgico di Mongiana che caratterizzerà tutta l’economia delle Serre Calabre e del meridione d’Italia sino agli anni immediatamente successivi all’unità nazionale. Purtroppo, anche se il complesso era di nuova costruzione, i metodi di lavorazione rimanevano ancora legati a vecchi schemi. Di conseguenza, le produzioni risultavano ancora insufficienti e non perfette.

I Borbone, per dare un impulso alla rinnovata industria pubblica pesante meridionale, inviano nel 1789 e sino al 1797, proprio nei primi anni di entrata in produttività del nuovo polo industriale calabrese, un gruppo di studiosi meridionali (Faicchio, Savarese, Ramondini, Lippi, Tondi e Melograni), nei vari distretti minerari e siderurgici d’Europa per apprendere le più moderne tecnologie in atto e trasferirle in seguito nel Regno. Questi peregrinarono in lungo ed in largo in Europa e poi, con il bagaglio tecnico acquisito fecero ritorno nel Regno di Napoli. Alcuni di questi vengono immediatamente inviati in Calabria per applicare negli impianti siderurgici le nuove tecnologie acquisite, mettendosi subito all’opera. Si deve a loro un generale miglioramento che si concretizzò con l’apertura di nuove miniere a Pazzano, con una razionalizzazione del ciclo produttivi, specie nel porre attenzione nel taglio dei boschi e di un timido tentativo di modernizzare gli altiforni, applicando a questi soluzioni tecniche in uso nell’Europa centrale. In particolare cercarono di migliorare la combustione negli altiforni, introducendo, per ventilare gli stessi, i grandi mantici alla “tedesca”, al posto delle solite “trombe e vento” in uso in Italia.

Napoleone Bonaparte, nel dicembre del 1805, dichiarò decaduta la casa dei Borbone ed ordinò al generale Massena di occupare il Regno di Napoli.

Ferdinando IV si rifugiò in Sicilia mentre Massena entrò a Napoli nel febbraio 1806 e mandò il generale Reyner ad occupare la Calabria. Così, nello stesso anno iniziò la dominazione Napoleonica con Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Quando Giuseppe Bonaparte divenne re di Spagna, gli succedette il cognato Gioacchino Murat, fino al 1815.

La funzionalità degli stabilimenti di Mongiana era ancora carente quando l’artiglieria napoleonica li prese in consegna nel 1806. I Borbone, infatti, non erano andati al di là delle buone intenzioni nel tentativo di miglioramento, tanto che per i bisogni del regno si faceva ricorso alla produzione di fero estero della Svezia e della Germania. Nel 1807 venne nominato direttore, il Ten. Col. Ritucci, che è rimasto in carica fino al 1812, compì ogni sforzo per migliorare metodi e produzione, occupandosi anche del perfezionamento delle macchine e della riparazione delle strade. Successivamente, Gioacchino Murat, si rese conto che il decollo e lo sviluppo delle ferriere potevano consolidare il ruolo affidatogli da Napoleone. Pertanto, in  considerazione del blocco francese, decise di dare impulso alla siderurgia, settore vitale per l’economia e l’indipendenza del Regno. Mongiana, nel 1814, triplicò la sua precedente produzione ed arrivò a 14.000 quintali di ferro annui, 4.000 quintali in più rispetto al 1812. In quel decennio, in effetti, il villaggio di Mongiana, sorto intorno alla fonderia, si sviluppò rapidamente con la costruzione di nuovo edifici ed abitazioni per gli operai.

Alla fonderia e alle ferriere in attività, si aggiunge una nuova e più grande ferriera (laminatoio) denominata Robinson, costruita più a valle di Mongiana, alla confluenza dei fiumi Allaro e Ninfo. In questa fase storica Mongiana comincia ad acquisire anche dal punto di vista urbanistico una certa importanza ed una certa regolamentazione. Ciò è sicuramente da ricondursi sia alla crescita demografica incentivata dalle nuove opportunità di lavoro, che all’obbligo per alcuni addetti alla fonderia, in particolare per le maestranze più professionalizzate di costruire a proprie spese a Mongiana una casa in muratura dove poter abitare. Il periodo Murattiano rappresenta, per la siderurgia calabrese, la più interessante e proficua stagione che, in gran parte, sarà continuata dal governo borbonico con l’avvento al potere di Ferdinando II.

Sconfitto dagli Austriaci, Murat perde nel maggio 1815 il proprio Regno. Il 7 giugno re Ferdinando sbarca a Portici e il Congresso di Vienna con la Restaurazione, sancisce il ritorno dei Borbone alla guida del Sud Italia, che diviene così, Regno delle Due Sicilie.

Con il ritorno dei Borbone, il complesso siderurgico calabrese si ingrandì ulteriormente grazie anche al completamento di alcune opere avviate, in precedenza dal Murat, e si incominciò a diversificare la produzione, non più solamente rivolte ad uso militare ma anche a beneficio della crescente domanda della società civile e delle altre industrie nazionali (pezzi sia per la nascente ferrovia napoletana, in particolare i binari della linea ferroviaria Napoli – Portici, sia per la cantieristica navale). Nella fonderia di Mongiana furono realizzate parti delle opere in getto dei primi ponti in ferro realizzati in Italia: il ponte “Real Ferdinando” sul Garigliano ed il ponte “Cristina” sul fiume Calore.

Ulteriori migliorie furono apportate dal Cap. D’Agostino, il quale recatosi assieme al suo allievo Panzera presso gli stabilimenti siderurgici francesi, le applicò immediatamente agli stabilimenti siderurgici calabresi, di fatti nel 1841 a Napoli avviene la prima fusione effettuata con la ghisa di Mongiana prodotta secondo le nuove norme importate dalla Francia.

In questo periodo, nella fonderia di Mongiana, i tre altiforni, il Santa Barbara, il San Ferdinando ed il San Francesco, lavoravano a pieno regime e la produzione di ghisa toccò il suo apice qualitativo, tanto da non temere confronti con la ghisa prodotta in Inghilterra.  

La fonderia, posta come tutte le altre ferriere nelle immediate vicinanze dei corsi d’acqua, fu più volte distrutta dalle alluvioni e più volte fu costruita. La struttura edilizia è da attribuirsi all’opera instancabile dell’Ing. Fortunato Savino che la progettò e la costruì tra il 1852-55.

Nel 1852, il governo borbonico, in sostituzione della fabbrica di “canne da fucile”, voluta dal Murat e dismessa nel 1820, fece costruire a Mongiana una moderna e funzionale fabbrica d’armi per la produzione di armi leggere. Il progetto fu affidato all’ing. Meccanico Fortunato Savino, che realizzò in poco tempo, quella che è da ritenersi, in Calabria, la diretta discendente delle settecentesche fabbriche d’armi di Pazzano e dell’Assi. Il Savino progettò i numerosi ambienti di lavoro, razionalizzò il corso dei canali e sull’atrio della nuova fabbrica, come simbolo del moderno che avanza, anche nelle tecniche costruttive e soprattutto per caratterizzare l’opificio, pose una coppia di colonne doriche in ghisa, alte 4,80 metri ed il relativo architrave, anch’esso in ghisa realizzati tutti nella vicina fonderia. Le colonne, ancora presenti all’ingresso della fabbrica, sono ad oggi l’unica testimonianza in Calabria dell’alto grado ottenuto a Mongiana nella tecnica di fusione. Il Savino, che è da ritenersi l’artefice principe della vita e dell’evolversi del complesso siderurgico di mongiana, nel secolo XIX, si distinse, non solo per la costruzione della grande fonderia ma anche per il riammodernamento dei vecchi macchinari presenti negli opifici e per la progettazione dei nuovi. Il Savino progettò parte del paese, la scuola annessa alla fabbrica, la caserma ed il cimitero, dove tutt’ora le sue spoglie mortali riposano. Nella nuova fabbrica d’armi, trovavano impiego circa 200 armieri e vi si realizzava gran parte dell’armamento leggero dell’esercito borbonico. Annualmente venivano approntate circa 2 – 3000 armi da fuoco ma si potevano toccare punte di 7 – 8000 nei periodi di maggiore richiesta. In essa fu progettato e realizzato il famoso fucile da fanteria, mod. Mongiana a molla indietro, più moderno e funzionale del fucile francese a cui si ispirava. Con l’unità d’Italia la fabbrica continuò sino alla metà del 1860 la produzione ed in seguito fu prima declassata a “officina trasformazioni”, metà 1870 ed in ultimo dismessa definitivamente. A seguito dello sbarco di Garibaldi e la successiva unificazione dell’Italia, il nuovo governo unitario sferra un duro colpo all’intera economia meridionale, attuando una politica di piemontesizzazione delle regioni meridionali estendendo sull’ex Regno delle Due Sicilie, gravato solamente da 14 tasse, le nuove e molte (24) tasse piemontesi. Abbattè di colpo il sistema protezionistico introdotto dai Borbone a tutela delle industrie meridionali mettendo in ginocchio la quasi totalità delle attività industriali decretando la morte degli stabilimenti siderurgici di Mongiana.

L’atto ufficiale di morte del più importante centro metallurgico del meridione d’Italia è individuato nella vendita degli stabilimenti di Mongiana il 25 maggio del 1874, all’onorevole deputato Achille Fazzari, senza alcuna valida esperienza, nessuna capacità organizzativa e nessuna conoscenza tecnica.

Le origini di Mongiana e delle sue Ferriere sono descritte nel neonato Museo delle Reali Ferriere Borboniche. 

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